Rap/Hip-Hop

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“Il rap è la CNN del ghetto” si usava dire - imbevuti di buone letture sociologiche - sul finire degli anni Ottanta. Quando cioè il rap e la cultura di strada da cui è nato, l’hip-hop, mostrarono il suo lato “politico” e la sua capacità di canalizzare (e soprattutto rappresentare) il disagio dell avita nei ghetti neri statunitensi. Harlem a New York, Bedford-Stuyvesant a Los Angeles... Era il momento dei Public Enemy (le Pantere Nere reincarnate in una band nera armata di microfoni e giradischi!) di un film come “Fa la cosa giusta” di Spike Lee, di un album come “Guerrilla In The Mist” di Paris. Il rap abbandonava la guerriglia simbolica - quella fatta di sfide a “parole in rima” - che aveva segnato i suoi esordi newyorkesi sul finire degli anni Ottanta, ed abbracciava la guerriglia vera. Una strada che avrebbe caratterizzato anche gli anni a venire, con la scula cosiddetta “gangsta” che romanticizzava - di fatto - la figura del rapper-delinquente che “ce la fa” all’interno della sua comunità incarnando il ruolo di bestia nera della comunità stessa. Ci sarà ancora chi - come i tenerissimi De La Soul, vero anello di congiunzione tra infanzia e maturità del rap - continuerà a raccontare di una immaginaria ideale “era della margherita” dove tutti son felici e contenti e tra di loro amici. Ma l’innocenza, ormai, era persa per sempre.

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