Apparentemente il loro destino sembrava simile a quello di quasi tutti i produttori “per conto terzi”: venerati da una ristretta cerchia di addetti ai lavori ma sconosciuti alla grande maggioranza del pubblico, nonostante il loro lavoro in sala d’incisione leghi come un filo rosso alcune delle più rilevanti produzioni “black” degli ultimi anni, da Kelis a Mary J Blige, da Jay-Z ai bianchi No Doubt. Questo fino a quando Pharrell Williams e Chad Hugo, in arte “The Neptunes”, non hanno deciso di fare il salto nel vuoto e diventare essi stessi “artisti” in prima linea sotto lo pseudonimo N*E*R*D. Scoperti dal produttore Teddy Riley mentre erano ancora al liceo, Pharrel e Chad (ai quali si è successivamente unito anche Shay Thornton) sono famosi per il loro eclettismo a 360°, che li porta ad apprezzare la scena “black” cui appartengono ma anche classici come gli Steely Dan o i Queen (senza contare qualla T-shirt dei Led Zeppelin che Chad indossa spesso nelle foto promozionali!). «Abbiamo sempre avuto un suono molto personale, diverso dagli altri» racconta Chad: «agli inizi è stato difficile perchè la gente non capiva. Ci è stato d’aiuto il fatto di lavorare come produttori con altri artisti: in questo modo abbiamo potuto far arrivare il nostro suono un poco alla volta, lasciare che la gente avezze il tempo di familiarizzare». Il loro nome invece è l’acronimo di “No one Ever Really Dies” (nessuno muore mai veramente). «L’energia delle persone deriva dalle loro anime» spiega Chad: «quando si muore, questa energia può disperdersi ma non viene distrutta. Si manifesterà in modi differenti, ma questo vorrà solamente dire che l’anima esiste in una forma diversa rispetto a prima». Che sia stata questa loro visione mistica dell’esistenza - e dunque indirettamente il saper rinunciare a qualcosa di “proprio” in favore di un obiettivo più alto - a fare dei Neptunes quei geni della produzione che tutti riconoscono loro di essere? «In un certo senso, forse. Quando produci un disco per un artista devi tenere conto di molti parametri che spesso non sono i tuoi. Se è un artista che punta ad andare in classifica, devi essere in grado di confezionargli un album che abbia un valore, che guardi in avanti, ma che sia anche in grado di andare in classifica. Quando lavori per te stesso invece sei come un nuotatore in una piscina: ti immergi trattenendo il fiato, e conoscendo perfettamente quali sono i tuoi limiti fisici rimani sott’acqua esattamente per il tempo che i tuoi polmoni ti consentono».

fdl


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