A vederla e sentirla oggi - mentre interpreta con grinta e ironia le sue hit, a partire da quella “London Bridge” che le ha regalato il successo planetario nel 2006 - si stenta a credere che Fergie abbia avuto un periodo della sua vita in cui era depressa, dipendente da sostanze non esattamente lecite e sull’orlo del collasso nervoso. Eppure è andata proprio così. Nata in California nel 1975, Stacy Ann Ferguson nel 1991 entra nel trio bubblegum-pop chiamato Wild Orchid, che nell’arco di due anni e tre album percorre l’intero arco che i gruppi pop compiono normalmente in un decennio: esordienti promettenti, star di prima grandezza, ex-famosi in procinto di essere dimenticati. Dei tre la più colpita dalla crisi è proprio Fergie, che infatti (in concomitanza con una breve love story con un allora giovanissimo Justin Timberlake) lascia il gruppo e si rifugia nel consumo massiccio di metanfetamina. Nel 2003 la posse hip-hop losangelena Black Eyed Peas la chiama dentro, giusto in tempo per il grande rilancio che la band (in giro dal 1988) stava per avere con l’album “Elephunk”.
Di lì il resto è storia: il già citato singolo di platino “London Bridge”, il conseguente album solista “The Dutchess” (dove il titolo gioca ovviamente sull’omonimia con la Fergie inglese, la Duchessa di York...), la partecipazione ai film “Poseidon” ed all’episodio diretto da Robert Rodriguez di “Grindhouse - Planet Terror”. Ed una love story, per il momento apparentemente serena, con l’attore Josh Duhame, visto fra gli altri nel kolossal apocalittico “Transformers”.

fdl


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