Quella dei Tool all’interno della scena metal del ventunesimo secolo è una questione - come direbbero gli analisti di marketing - di "posizionamento". Per la prima volta una band proveniente dal circoscritto ambito del post-metal utilizza strumenti comunicativi appartenenti ad altri ambiti. E li utilizza, attenzione, non necessariamente per entrare in un nuovo segmento di mercato. Piuttosto per amore della sperimentazione, per il gusto "artistico" di una comunicazione criptata che disattende le aspettative più prevedibili ma ne crea di nuove a sua immagine e somiglianza. Anni fa una rivista statunitense li definì "dei Black Sabbath composti da eruditi studenti d’arte anzichè da una manica di bombardati working-class inglesi nostalgici del blues". In quest’ottica i Tool sono nè più nè meno che “i Radiohead del nu-metal”. Li accomuna alla band di Thom Yorke un’attenzione quasi maniacale a tutto ciò che circonda o accompagna la propria musica (foto, video, grafica delle copertine, sito internet...). Molto interessanti, e non solo per chi è “dentro” alla causa del metal.

fdl


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