Se il rock è stato anche un terreno di scontro (creativo) tra le generazioni, parte di questo merito va attribuito agli Who. Canzoni come “The Kids Are Alright”, oltre naturalmente all’inno “My Generation”, funzionarono perfettamente come tornasole delle differenze di stile, di intenti e di mentalità tra “i vecchi” ed i teenager degli anni Sessanta. Più tardi sarebbero arrivati anche gli album più complessi e concettualmente elaborati, e le straordinarie opere rock-cinematografiche come “Tommy” e “Quadrophenia” (quest’ultimo comunque sempre incentrato sulla storia di un teenager nella Londra della sottocultura “mod”). Riascoltarli oggi - oggi cioè che sono loro ad essere “vecchi” - è, anche al netto della inevitabile nostalgia e del rispetto per una della band che hanno disegnato il DNA stesso del rock, sempre una grandissima emozione. La bravura, la passione e la carica dirompente sono miracolosamente intatte, e canzoni come “Baba O’Riley”, per citarne soltano una, valgono ancora  come una lezione per chiunque scriva canzoni o abbia abbracciato il mestiere del rock’n’roll in questo terzo millennio.

fdl


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