Ritornati non molto tempo fa con un ciclo di concerti sorprendentemente dignitosi (non male per una band i cui tre componenti si immaginava nemmeno si parlassero più da almeno due decenni!), i Police sono stati una interessante cometa la cui distanza tra la testa e la coda ha coperto uno spazio corrispondente ad almeno tre momenti fondamentali della musica pop: il punk delle origini, l’incontro tra il reggae ed il rock, e la grande stagione dei megaconcerti negli stadi. Dal violentissimo esordio “Fall Out” fino ai singoli che tutti conoscono, “Message In A Bottle”, “Walking On The Moon”, “De Do Do, Da Da Da”... (passando per l’indiretto omaggio alla disco di “Voices Inside My Head”, un classico dei club newyorkesi dei primi anni Ottanta) i Police hanno isolato una capacità di scrittura che pochi hanno saputo mostrare. Anche nei momenti più commerciali (su tutti: “Every Breath You Take”) il  gusto compositivo, il piacere per uno sguardo comunque obliquo e mai troppo seducente fu sempre il marchio distintivo di Sting, Andy Summers e Stewart Copeland. Forse l’unica rock-band di “tecnici” (tutti e tre sono dei veri virtuosi del proprio rispettivo strumento) in cui la tecnica è stata realmente al servizio del risultato, e mai soltanto sterile pretesto.

fdl


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