Susana Baca

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La chiamano “la Cesaria Evora peruviana”, ma a trovarsela davanti verrebbe piuttosto in mente una Miriam Makeba. La presenza regale eppure materna, il sorriso luminoso e lo sguardo curioso di tutto. L’età è un mistero: si dice una settantina, ma - sempre a trovarsela davanti - sembrano almeno venti di meno. Media matematica: diciamo che Susana Baca avrà una sessantina d’anni. E soprattutto, sarà pure la voce più autorevole della cultura peruviana, ma non pensate alla classica “artista tradizionale” che vive dentro un suo polveroso mondo di ricordi e di tradizioni imbalsamate da conservare. Ad esempio non si offende per nulla quando le chiedi come vede, dal suo punto di vista di artista “alta”, i fenomeni pop d’oggi tipo Madonna: «certo che li conosco, guardo anch’io la televisione. Mi piace Shakira più che Madonna. Shakira non è solo una bellissima ragazza con un meraviglioso sguardo, è anche molto intelligente. Credo sia un ottimo modello per le ragazze giovani che l’ascoltano». Davvero nessuna remora nei confronti del pop disimpegnato? «Ai giovani piace il reggaeton, è normale che sia così, è giusto», dice. «E poi la mia musica piace ai bambini. Quando canto i bambini sorridono! E poi, chissà, magari quando diventeranno grandi compreranno anche i miei dischi».

Di certo è facile intuire il terreno comune su cui è nato l’incontro con David Byrne, che con la sua etichetta Luaka Bop è in un certo senso mentore e responsabile della riscoperta di Susana Baca. La leggenda (c’è sempre una leggenda di mezzo quando le spiegazioni sono troppo belle per essere vere) dice che nei primi anni Novanta Byrne frequentasse, a New York, un corso di lingua spagnola. Una sera l’insegnante mostrò il video, dal vivo, di una cantante peruviana che eseguiva una canzone intitolata Maria Lando. Istantaneo l’innamoramento di Byrne, che a partire da quella canzone costruì - anni dopo - la raccolta Afro-Peruvian Classics, e non ebbe pace finchè non riuscì a ritrovare, a Lima, le tracce di Susana Baca convincendola a incidere per Luaka Bop. Istantaneo anche l’intendersi tra i due, cementato - probabilmente - dalla passione per il meticciato e per gli incontri impossibili. Per dire: nel nuovo album della señora Baca, Travesias, c’è una cover di Volcano di Damien Rice, ed un’altra - incredibile ma vero - di un classico napoletano (la cui interpretazione più famosa è di Luciano Tajoli) intitolato Luna Rossa. Alla scelta di Rice si intusce non sia estraneo il team che ha collaborato con la señora Baca alla stesura del disco (Marc Ribot, Sergio Valdeos e Juan Medrano Cotito). Il pezzo napoletano è invece un disco che si ascoltava nella casa in cui Susana Baca è cresciuta: «lo suonava mia mamma», racconta, «ma l’avevo completamente dimenticato. Finchè qualche anno fa non l’ho sentito cantare da Caetano Veloso alla tv italiana, in un programma di omaggio a Napoli. È stato bellissimo ritrovare questo frammento del mio passato, ed ho subito deciso di cantarla anch’io».

La famiglia d’origine di Susana Baca sembra del resto una forte influenza in quello che lei fa oggi. «Mio padre era un’autista che nel tempo libero suonava la chitarra. Lo chiamavano ogni volta che c’era una festa, e lui andava lì e suonava. Con mia sorella maggiore e con mio fratello cantavamo sempre, ci inventavamo degli spettacoli sui dischi che nostra madre suonava. Sentivo già da allora che era qualla la mia strada, però quando sono stata più grande mia madre non ha voluto che facessi la cantante: diceva che avevo vistro troppi artisti finire sul lastrico, e che aveva paura per me. Così mi sono diplomata e ho fatto la maestra. Per un po’ almeno, poi ho seguito la mia strada: cantando, e studiando la cultura dei miei antenati, che erano i neri africani arrivati in Perù come schiavi». Decisivo l’incontro con suo marito, Ricardo Pereira, con il quale - dopo aver collaborato attivamente con l’Istituto Peruviano di Arte Moderna e l’Istituto Nazionale di Cultura Peruviana - ha fondato il “Centro Negro Continuo”: una fondazione dedicata alla ricerca sul campo delle più nascoste influenze della cultura africana nella società e nella cultura peruviane, ed alla ricostruzione di una storia per larga parte frammentaria e non documentata, quella appunto degli africani trapiantati loro malgrado in Perù e del mix etnico e culturale che da lì si è originato. «È un lavoro che ci impegna a tempo pieno» racconta la señora Baca: «anche adesso, Ricardo è via otto mesi a fare delle ricerche in un piccolo villaggio ai margini del Perù. Ci sentiamo ogni giorno, però mi manca, tantissimo. Ma appena avrò finito con questo giro promozionale in Europa, lo raggiungerò anch’io. Sta facendo un lavoro meraviglioso: amo quell’uomo!». Che sia questo il segreto dell’eterna giovinezza?

fdl


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