Impressionante, a guardarla indietro da oggi, la carriera di Stevie Wonder. All’apparenza si sarebbe portati a considerarlo un artista “da singoli”, visto il grande numero di hits regalate in tutti i vari stadi della sua vita, dall’adolescenza alla maturità (“Superstition”, “I Just Called To Say I Love You”, “Isn’t She Lovely”, “Do I Do” solo per citare i più famosi anche qui in Italia). Eppure basta mettere sul piatto un dischi come “Talking Book”, o “Innervisions”, o “Songs in the Key of Life”, per convincersi che Wonder fu anche - e forse soprattutto - un artista “da album” con un disegno impegnativo e coerente ben chiaro dentro la sua testa. Forse il più “psichedelico” tra le stelle che hanno decorato il firmamento dle soul e del funk dagli anni Sessanta ad oggi, Wonder ha maneggiato con eguale passione e competenza il jazz, il reggae, la fusion, il rock, il funk ed il soul. La sua voce, la sua armonica ed anche il tocco della sua tastiera sono istantaneamente riconoscibili da chiunque, e sono - di volta in volta con il riso, il pianto o la passione - un marchio di fabbrica ormai consegnato alla storia.

fdl


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