È un uomo soddisfatto, almeno all’apparenza felicemente risolto e senza lati oscuri. Il Paul Weller che negli anni Duemila ancora produce dischi e calca i palcoscenici è un uomo talmente in pace col mondo da uscire indenne anche da una occasionale tinta per capelli dalle sfumature fiammeggianti non esattamente riuscitissima. Curioso il rovesciamento di ruoli: lui che era stato il più raffinato degli esteti, lui che ai tempi degli Style Council (il cui rhythm’n’blues bianco fu di grande successo anche qui in Italia) dettava legge in termini di completi due pezzi, giacche tre bottoni e scarpe italiane, adesso ce lo ritroviamo conciato quasi come un tronista televisivo. Sempre con un tocco di classe, certo: la giacca di jeans verde scuro è griffata Yves Saint Laurent, e la maglietta nera della salute D&G è talmente attillata che in pochissimi - a quasi cinquant’anni - potrebbero permettersela.
Ovviamente, non fosse la persona palesemente soddisfatta ed equilibrata che è, verrebbe quasi da chiamare in causa una crisi di mezza età. Ma non sembra davvero il caso. È Weller per primo a scherzare sul tempo che passa, su quando gli è successo di scoprire una spilletta dei Jam - la band da lui creata ai tempi del punk - sul giubbotto della figlia quindicenne. «Sono cicli», dice, «corsi e ricorsi. È interessante vedere come ogni generazione riscopra il punk a modo proprio». Suggestioni che in qualche strano modo ritornano anche dentro i suoi dischi più recenti, quelli che più li si ascolta più sembrano davvero una sorta di “riassunto” di tutte le differenti incarnazioni del suo autore nel corso degli anni, dal punk-rock arrabbiato degli esordi con i Jam al raffinato recupero r’n’b degli Style Council. «Non è una cosa deliberata» dice Weller, «ma posso capire perchè sembri così. E probabilmente è vero. Mentre vivi ti capita di cambiare, anche molto, e questo è normale, ma è solo a molti anni di distanza che puoi finalmente vedere il filo conduttore che ha legato tutti i tuoi cambiamenti».

fdl


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