La Storia le ha cucito addosso l’appellativo di “sacerdotessa” (del rock, del punk, di qualunque cosa), ruolo con il quale Patti Smith ha in parte flirtato e dal quale in parte ha preso le distanze. Di certo al suo apparire sulla scena newyorkese, nel 1974, con quel corpo asciutto, torturato, con la voce stridente e appassionata, con il bagaglio di buone letture e il culto per i poeti maledetti, Patti Smith doveva sembrare proprio una specie di archetipo generazionale divenuto realtà. I suoi dischi del primo periodo hanno la presenza scenica di classici del rock come Doors o Jefferson Airplane, e Patti Smith li attraversa con quel suo stile che molto doveva alle tecniche di flusso di coscienza e che era allora (e sarà sempre) come “indeciso” tra canto e recitazione. Il suo terzo album, “Easter” del 1978, è forse quello più completo - oltre che compiutamente “rock” - e contiene quelle che sono le sue canzoni più famose: “Because The Night”, scritta da Bruce Springsteen, e “Rock’n’roll Nigger”. “Wave” dell’anno successivo replica la formula e contiene la celebre “Dancing Barefoot”. Di lì un lungo sabbatico durato quasi dieci anni (interrotto dal singolo “People Have The Power” e dall’album “Dream Of Life”), e poi occasionali ritorni in cui - però - è spesso il personaggio a prevalere sull’artista.

fdl


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