I Nine Inch Nails, all’epoca ristretti praticamente al solo Reznor, escono per la prima volta allo scoperto nel 1989 con un album programmaticamente intitolato “Pretty Hate Machine”. Non è un successo istantaneo, ma nel giro di un anno e mezzo - senza altro supporto che non fosse il passaparola delle radio e delle riviste specializzate - totalizza oltre mezzo milione di copie vendute. Il pubblico naturale di riferimento, che in un primo momento sembrava provenire per lo più dall’elettronica industriale (giro Wax Trax e dintorni, fino alla old school dei britannici Throbbing Gristle), stava intanto lentamente allargandosi a quella più generica e vasta platea adolescente del rock “alternativo” in procinto di fare il botto con i Nirvana. Lo spostamento diventa un dato di fatto quando, nell’estate del 1991, i Nine Inch Nails vengono invitati alla prima edizione del festival itinerante Lollapalooza rubando platealmente la scena anche agli headliners Jane’s Addiction con un live-act tutto giocato sull’assalto e sull’andare oltre (potenti fari puntati in faccia al pubblico e volumi oltre i limiti dell’umana sopportazione).
I tre anni successivi sono per Reznor un pesantissimo periodo di vita on the road alternata a violenti contrasti con la sua casa discografica, la TVT. Colpevole di avergli proibito una collaborazione con l’amico Al Jourgensen dei Ministry e di avanzare continue petulanti pretese di controllo su ogni singola nota prodotta, la TVT verrà “punita” da Reznor con un silenzio discografico a oltranza (interrotto solo dal mini-album “Broken” - comunque Disco di Platino in USA - e dal suo gemello di versioni remixate “Fixed”) destinato a risolversi solo dopo l’acquisizione dell’intero pacchetto-Nine Inch Nails da parte della multinazionale Island. Solo così sarà possibile ascoltare, nel 1994, “The Downward Spiral”, complessa opera a modo suo “concept” che segue le vicende di uno sfuggevole io narrante lungo un percorso di autodistruzione culminato con il suicidio. Registrato (con tutte le polemiche del caso) in quella villa di Beverly Hills nella quale nel 1969 Charles Manson portò a termine la strage della sua “Famiglia”, “The Downward Spiral” è un capolavoro in perfetto equilibrio tra iperviolenza e power-electronics di classico stampo EBM (electronic body-music) e ricerca lirico-acustica concretizzata - ad esempio - nei toccanti intermezzi quasi “pastorali” di “March Of The Pigs” e “Hurt”. Un lavoro dal grande impatto emotivo in grado di mostrare, in ogni suo frammento, una concentratissima attenzione tanto al dettaglio quanto alla visione d’insieme. Appare evidente lo sforzo di Reznor nell’ampliare il più possibile i confini dei cliché “di genere”, la sua idiosincrasia nell’essere incasellato dentro un singolo genere piuttosto che un altro. Due anni dopo l’uscita di “The Downward Spiral” Reznor dichiara infatti: «È esattamente quello che mi ha detto Rick Rubin: “rischi di fare la fine di quello che dipingendo il pavimento si è chiuso nell’angolo dove non c’è la porta”, ed è assolutamente vero. Per certi versi “The Downward Spiral” è il disco più estremo che potessi fare. Ma mi ha anche permesso di accedere ad un nuovo livello di maturità, dal quale evidentemente deriverà qualcosa di nuovo».
“Qualcosa di nuovo” che tarda, però, a manifestarsi. Reznor, complice anche il mettersi in gioco senza troppe maschere delle sue liriche, è uno che ha un rapporto decisamente complesso e controverso con la propria creatività. «Qualunque scusa è buona per non sedermi al tavolino e ricominciare quel doloroso processo di auto-analisi che è lo scrivere», dice; «Potrei curare le musiche per i prossimi 15 film di David Lynch, ed al confronto sarebbe uno scherzo. L’atto della creazione è l’esperienza più gioiosa ed al tempo stesso più dolorosa che un essere umano possa sperimentare. Il fatto che non volessi ritrovarmi da solo con me stesso a scrivere è stata una delle ragioni che ha reso la lavorazione di “The Fragile” così lunga e faticosa. E più rimandi il momento di vedertela da solo con te stesso, più cresce la tua insicurezza al riguardo...». Gli ulteriori cinque anni Reznor li passa infatti trovando un’ottima scusa dietro l’altra per non pubblicare nulla di nuovo a proprio nome. Quasi nulla, in realtà. Perchè se è vero che da “The Downward Spiral” del 1994 a “The Fragile” in mezzo c’è stata solo la interlocutoria raccolta di remix “Further Down The Spiral”, è però anche vero che questi anni sono stati spesi - fra il resto - a suonare dal vivo, comporre le musiche per il videogioco “Quake”, assemblare le colonne sonore per “Natural Born Killers” di Oliver Stone e “Lost Highway” di David Lynch, ritrovarsi candidato ad un Grammy nella categoria “best hard rock performance” per “The Perfect Drug” (dalla colonna sonora di “Lost Highway”) e, soprattutto, produrre l’album di esordio per quella icona dell’anti-America fine anni Novanta che è Marylin Manson...

fdl


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