Madonna

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Chissà se quello di “chiusura del cerchio” è un concetto spirituale contemplato dalla Kabbalah. Fatto sta che il debutto di Madonna, nel 1983, avvenne sotto l’ala protettiva di un dj (John “Jellybean” Benitez, grande protagonista della New York primi Ottanta e all’epoca anche suo fidanzato) e nell’album del 2006 “Confessions On A Dancefloor” è di nuovo un dj a dettare legge. Si chiama Stuart Price, meglio noto alla comunità elettronica internazionale con i nomi di Jacques Lu Cont e Les Rhythmes Digitales. La sua influenza sull’album è decisiva: le sottili allusioni - ai limiti del plagio - di vecchi classici disco (dagli Abba  nel singolo “Hung Up” a “I Feel Love” di Donna Summer citata in “Future Lover”) sono puro bric-a-brac djistico. E l’aria che si respira è quella di una “restaurazione elettronica” strategicamente mirata al mantenere il repertorio di Madonna al passo con i tempi. Ormai i dischi di Madonna - come del resto il corpo biologico della loro autrice - sono sempre più questione d’ingegneria e palestra e sempre meno di carne e fluidi organici. La magica liberatoria esortazione "And you can dance, for inspiration" dell’intro a “Into The Groove” un milione di anni fa, oggi potrebbe suonare "And you can dance, for eternity": e darebbe l’esatta misura della presenza di Madonna nella costellazione del pop di questo e del precedente Millennio.

fdl


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