Parrebbe che nessun musicista, dopo morto, abbia mai conosciuto un volume di pubblicazioni discografiche postume paragonabile a quello di Jimi Hendrix. Ma ancora più sorprendente è la rapidissima ascesa - e la ancor più rapida discesa agli inferi - del promettente chiarrista di Seattle, sbarcato a New York nel 1966, all’età di 24 anni, con le idee molto chiare su quello che sarebbe stato il suo futuro: suonare, diventare ricco, famoso, e in questo modo riscattare sé stesso e la sua famiglia dalla povertà con la quale aveva fatto i conti da bambino ed adolescente. Ed ancora più sorprendente, se possibile, era l’effetto che Hendrix sembrava avere su tutti quelli che entravano in contatto con lui: il suo essere totalmente concentrato sulla propria arte ma al tempo stesso estrememente aperto al mondo esterno, la sua “aura” quasi da marziano calato dallo spazio, il suo insaziabile appetito sessuale, tutto questo sembrava ipnotizzare chiunque lo incontrasse. Tutti i suoi amici dell’epoca - da Pete Townshend degli Who a Eric Clapton alla miriade di grupies e fidanzate - lo confermano: Hendrix era una persona “speciale”. Capace di soffiare la vita, letteralmente, dentro le corde della sua Stratocaster, e al tempo stesso di asciugarla via quando - come in una sorta di rito pagano purificatore - le dava fuoco a fine concerto, Hendrix ha inventato da zero un nuovo linguaggio ed una nuova grammatica con cui far parlare lo strumento rock per antonomasia. Insieme al batterista Mitch Mitchell ed al bassista Noel Redding - ovvero la Jimi Hendrix Experience - ha forgiato i confini di un nuovo stile di psichedelia blues. Ed a quasi quarant’anni dalla sua morte la sua musica e la sua influenza rimangono più potenti ed imponenti che mai.

fdl


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