Se il destino sarà con lei cinico e baro - come spesso è cinico e baro con le stelle delo spettacolo - allora forse Gwen Stefani rimarrà nella storia solo per il grottesco yodel che apre il suo successo più grande, “Wind Up” del 2006: un grande momento surreale di r’n’b che incontra il sound da pascolo svizzero e l’estetica da Oktoberfest bavarese.
Se invece il destino sarà benigno, allora ricorderemo Gwen Stefani per l’allegra verve ska-punk della sua prima band, i No Doubt, per la sua straordinaria cofana di capelli biondi, per l’incomprensibile svolta estetica “giapponese” (via Tarantino/“Kill Bill”, si direbbe) del suo primo periodo solista, e per la sua personale versione “bianca”, quasi europea, dello stile r’n’b (vedi “Hollaback Girl”, o “What You Waiting For?”). Magari un po’ meno per la sua carriera cinematografica: che in “The Aviator” di Martin Scorsese ce l’ha restituita piuttosto legnosa e non esattamente versatile come ci si aspetterebbe da una aspirante Marylin Monroe del terzo Millennio...

fdl


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